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giovedì 22 ottobre 2009

Pollici verdi a Milano (w gli orti urbani)

Francesco coltiva pomodori di ogni tipo, Luca, invece, sembra avere una passione per le zucchine che spesso regala agli amici "perché come fai a mangiare 40 chili di raccolto?". Giuseppe, infine, combatte contro le talpe che quest'anno gli hanno fatto fuori carote, insalata e melanzane; spera che i broccoli e i cavolfiori, che sta per piantare, possano avere fortuna migliore.




Siamo a Milano, a qualche chilometro dal Naviglio Grande, lì dove la città sfuma verso la periferia. Tra palazzoni di cemento e strade di asfalto bollente incontriamo gli amici degli orti urbani, coloro cioè che hanno deciso di prendere in affitto, per coltivarlo, un piccolo pezzo di terra: 75 mq per una cifra giornaliera (incluso l'utilizzo di una rete idrica ad hoc) pari al costo di un caffè al bar. Francesco, Luca, Giuseppe e tanti altri come loro (secondo uno studio della Coldiretti, almeno un italiano su quattro con età compresa tra i 25 e i 34 anni), sono liberi di piantare nel loro orticello in città ogni specie di verdura (e frutto).

Ma perché manager, agenti immobiliari, imprenditori, artisti, intellettuali o impiegati, usciti dall'ufficio, decidono di trasformarsi in piccoli agricoltori di città? I motivi possono essere diversi: Luca, che è un tecnico televisivo, sostiene che coltivare un orto è "come accudire una persona" e che, quindi, "se decidi di prendere in carico questa spicchio di terra, non puoi mica mollare: devi innaffiare, comprare i semi e tutta l'attrezzatura. Insomma, diventa davvero un bell'impegno. E una volta visti i frutti del lavoro, non si torna più indietro".....

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Mary Poppins, un ferro da stiro e un ritrattista

Ore 23: salgo sul tram, piazza Cavour, Milano.
Ore 23.05: mi si siede davanti un tale che poi scoprirò chiamarsi Roberto, il tipico lùmbard ex artigiano dei Navigli. Roberto fissa la sottoscritta e, ravanando tra 3000 fogli riposti in una cartellina, mi dice: "Lei è Mary Poppins e poi è carina, ha un faccia simpatica. Ora le faccio un ritratto".
E lo fa davvero.



Il "ritratto" è qui, in camera mia: ci sono io con gli occhi grandi, il fiocco tra i capelli, la sciarpa e, sulla sinistra, il mitico pacco (il premio "piega perfetta, consumi di meno" vinto alla lotteria della GGD9).
Faccio credere allo pseduo artista che trattasi di pacco bomba - vero pacco bomba, costruito in cantina, di quelli che alla Santa Barbara gli spariamo un superbotto e lui urla: "No, ma allora dillo che è una bomba che scendiamo tutti!".
Io: "Lei che ci vede qui dentro? Provi a usare la fantasia".
Lui: "Io ci vedo delle libagioni, delle fragole".
Io: "No, non si mangia. Ritenti, sarà più fortunato".
Lui: "Una macchina da caffè, una grattugia, non lo so, ma per piacere non andare via senza dirmi cosa c'è nel pacco!" (e continua a disegnare).
Ore 23.20: via Ludovico il Moro non-ricordo-il-numero, ultima fermata per me. Faccio presente che.
Lui: "Piacere, Roberto".
Io: "Non mi chiamo Mary Poppins, sono Michela".
Roberto si mette in ginocchio scongiurandomi di dirgli che cosa c'è nel pacco e quando confesso, lui che fa? Aggiunge al ritratto un ferro da stiro con dei cuoricini sulla mia testa (con una scritta che fa: "Ho delle cose da stirare"). Un genio, proprio.

martedì 6 ottobre 2009

Il manager e il Monopoli milanese


Ore 1920: zona Duomo. Salgo sul tram e becco il collega giornalista rampante "so tutto io" che quando mi vede gli viene un colpo. "Anvedi aho, quella che una volta stava in redazione, ma guarda un po' come si è conciata". Non lo dice (ovviamente) ma gli si legge tutto su quella faccia da santo.
"Perché perdersi qualche minuto di puro spasso - mi dico - adesso gli racconto della mia associazione e sarà tutto un 'ma che bello, ma che brava', tipica reazione della gente che adora il pourparler".

Il collega, dal canto suo, non perde l'occasione per raccontare la sua vita felice da giornalista in giro per l'Italia a intervistare gente dedita alla penitenza e cozze sottovuoto. E mentre parla della sua giornata da cronista impavido, io me la rido sotto i baffi.

Per 15 minuti - dico 15 minuti tutti - mi presto al teatrino e vesto i panni della snob pseudo intellettuale (molto pseudo, dubbiamente intellettuale). Mi sembra di giocare al Monopoli, quando tutti rilanciano perché hanno gli alberghi e non quelle sfigate casette di legno verde cacca. Insomma, il collega very expertised abbocca e concludo la mia presentazione da power point con l'immancabile invito alla festa anni 80 che abbiamo organizzato con un gruppo di amici (e qui l'impavido cronista mi guarda quasi stupito, ma che ci sarà mai di male a invitare la gente a un festa anni 80?boh).

Vabbè, alla fine lo saluto e scendo zompettando, perchè finalmente sono passata dal via e mi sono presa pure le 20mila lire.

Ma il meglio deve ancora venire. Entro in sala, vado al mio tavolo e subito noto che i miei commensali (età media 80 anni) guardano con ammirazione il decolletè della sottoscritta (in effetti bisogna capirli, i poverini hanno perso l'abitudine alle tette sode delle 30enni). Mi siedo e vedo sto cristiano-armadio 4 ante di manager dal curriculum lenzuolo, uno che parla dimenticando le concordanze, che invece di approfondire il tema Expo discetta di "visioni ecologiche" e che immagina una Milano, con 3 luride linee di metro e i tram a vapore, capace di accogliere 20 milioni di turisti senza batter ciglio. Insomma - rifletto - questo è quanto meno da ingenui (e lì di ingenui c'erano, al massimo, michela marra e la filippina all'ingresso. ma no, la filippina è una figlia di buona donna sennò a quest'ora sarebbe dalla nonnina meneghina a fare la badante).

Così decido di buttarmi sull'alcol evitando di incazzarmi ulteriormente per 'sto plurimiliardario che continua a dire che dobbiamo essere ottimisti perché "bisogna fare sistema blablablabla" (qualcuno ha fatto scuola, ndr), mentre io vedo già il mio vomito verde sull'elegante pavimento dell'albergo 5 stelle...

Dal cocktail passo al vino rosso che un vecchiaccio, con le dita zozze ma con una bellissima cravatta firmata Hermès, continua a offrirmi (eccerto, sappiamo tutti che lo fa per educazione) passandomi anche tutte le delicatessen che i camerieri siciliani (ma perché sono tutti siciliani i servitori?) portano al tavolo (rasento la bulimia).

Sono le 24 e me ne vado.
A pensarci bene era meglio il Monopoli del collega, che tanto pure se passi dal via senza prendere 20mila lire sai che un gioco del cavolo e vai a letto contento.

giovedì 6 marzo 2008

Giorgio Pastore, la memoria dei Navigli

Quarant'anni di vita sui Navigli, tra pennelli, gatti e risotti alla milanese. Quaranta anni e Milano non è più la stessa. Giorgio Pastore, disegnatore e restauratore, resta tra gli ultimi guardiani della memoria meneghina.
(video realizzato con Stefano Joni Scarpolini e Francesca Gallacci)

sabato 1 marzo 2008

Girl geek dinners italia, atto secondo

C'erano anche gli uomini, perchè, come ha detto Sarah Blow, fondatrice del Girl Geek Dinner, "escluderli sarebbe stato dannoso per il nostro obiettivo, ovvero avere più donne nell'IT". In effetti, la tecnologia, i social network e il web2.0 riguardano tutti, senza differenze. Quelle, al massimo, si vedono nei posti di lavoro dove le donne - con o senza tecnologia - sono spesso un passo indietro, e certo non per loro volontà. Ieri a Milano si sono fatte valere. C'ero anch'io, Facebook victim, blogger, giornalista (forse non proprio geek, ma comunque...) e mi sono lasciata trasportare volentieri dall'entusiasmo e dalla bravura delle organizzatrici. Si è parlato di community con Barbara Bellini di Dada, di venture capital con Diana Saraceni, di social network con Maz Hardey e del brand Moleskine con Maria Sebregondi. Grandi competenze, ottimi esempi di manager (donne) che sanno lavorare in Rete e sulle reti sociali. Speriamo di poter bissare a maggio! (foto brezzalago, flickr)

giovedì 28 febbraio 2008

Scarpe&donne, binomio perfetto

A spasso tra scarpe, borse e depliants: oggi la giornata è dedicata alla Micam shoevent, presentazione delle nuove collezioni per gli addetti ai lavori. Interessante la conferenza stampa con il ministro Emma Bonino. Questo lo scenario del settore: crescita contenutissima del mercato interno, forte pressione competitiva esercitata dai paesi del Far East, riduzione degli occupati e della aziende. Si parla di "momento delicato". Degna di nota l'affermazione preoccupante - proveniente dalla stessa Bonino - che parla di disinteresse internazionale nei confronti del settore manifatturiero, ancora predominante in Italia e Germania. In pratica, siccome gli alti Paesi puntano ai servizi, nessuno crede sia una priorità agire in questo campo con serie politiche di antidumping.
Ma meno male che ci siamo noi donne. I dati parlano da soli: a comprare in Italia è soprattutto il gentil sesso (+4,4% nel 2007, fonte: Sita Ricerca). Cosa? Pantofole, zoccoli e ciabatte (+12,3%). Altro che tacchi a spillo...

sabato 2 febbraio 2008

Sfrattati e sistemati altrove i clochard di Cadorna

E' notizia di oggi che i clochard di Cadorna sono stati "sfrattati". Li avevamo incontrati tempo fa tempo fa e adesso toglieranno il disturbo per andare in via Barzaghi. Ma il "capo" del gruppo, Antonio, non se la prende con la politica: "Era la gente a non volerci".
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venerdì 1 febbraio 2008

lunedì 21 gennaio 2008

Geek girl from Milano

Da oggi sono anche io una Geek Girl! Il gruppo sta crescendo in tutta Italia. E ci incontreremo per la prima volta il 29 febbraio a Milano.
Per sapere di cosa si tratta clicca qui.

martedì 4 dicembre 2007

Poeti di strada, maestri del marketing

...la poesia di strada nasce gettando parole tra le vie, pugni di semi nel vento, è sensazione precipitata in sassi d'assalto tra lo snocciolarsi scomposto di questa città....
Questi sono alcuni dei versi scritti da Ivan. Io, Eleonora e Simone abbiamo trascorso una giornata con questo poeta-creativo-artista-comunicatore milanese. E ne abbiamo fatto un dvd (on-line) dal titolo: "Una giornata con Ivan, poeta d'assalto".

venerdì 30 novembre 2007

Nascono tv come funghi

Nasce C6 tv a Milano. Io ed Ele siamo andate a vedere che cosa succede in via Lomazzo, la sede della neonata emittente. E abbiamo incontrato...
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venerdì 16 novembre 2007

Milano-Roma solo andata: l'addio di Wind

Dopo il declassamento di Malpensa a favore di Fiumicino, un'altra grana contrappone Milano a Roma, sempre nell'ambito delle aziende prima controllate dallo Stato e ora privatizzate. Si tratta di Wind. L'azienda ha ufficializzato la chiusura delle aree di direzione generale presenti a Milano per concentrare tutto a Roma. Lo scorso 22 ottobre Wind ha illustrato alle organizzazioni sindacali e alle Rsu un piano di trasferimento delle attività di staff dalle sedi di Milano a Roma. Il perimetro di queste attività è molto ampio e riguarda diverse centinaia di persone che attualmente lavorano a Milano. Le sedi milanesi sono specializzate nella telefonia fissa da quando ospitavano Infostrada, società acquisita nel 2001 dall'Enel e poi fusa in Wind. Le professionalità e le competenze nel settore sono sempre state molto elevate e la telefonia fissa riveste un ruolo rilevante per Wind anche in termini di fatturato (circa 1,5 miliardi di euro) e utili. Secondo il sindacato "il piano di trasferimenti è scellerato perché ingiustificato dai risultati industriali, che gli stessi manager considerano positivi e asseconda logiche prettamente finanziarie". Sempre secondo il sindacato, le conseguenze immediate di questo piano saranno di spingere alle dimissioni centinaia di lavoratori che prestano servizio nelle sedi milanesi, condannando alla precarietà e alla perdita della professionalità la maggior parte di essi.(da zeusnews.it)

giovedì 18 ottobre 2007

Dal paese alla città


Su Flickr ho caricato stamattina la foto di questa montagna: è il paesaggio che ho davanti agli occhi quando sono in Molise. Dalla mia casa milanese quello che vedo, invece, è una rotonda trafficata, un bar scalcinato, i motorini che rompono le scatole e solo più in là il Naviglio...

domenica 30 settembre 2007

Tonin, l'imbianchino venuto dal mare

Aveva 33 anni Tonin, detto Tony, quando dall'Albania è sbarcato a Molfetta. Era il 1996.
Tony ha messo a nuovo la casa dove abito ora, due stanze, un bagno e una cucina. Racconta spesso del suo passato, tra un lavoretto e un'altro. Vive così, e così ha iniziato.
Era solo Tonin, con il suo coraggio in mano e con la speranza nel cuore in quel lontano luglio del '96. Voleva vivere come un italiano normale a Milano, un italiano con la sua famiglia, la moglie e due figli e con delle cose da raccontare, a volte orgoglioso, a chi gli chiede qualcosa della sua vita. Tonin ha gli occhi sorridenti, fa battute sulle sue giovani amiche italiane, qualche volta con un caffè in mano, aspettando che il silicone attacchi o che la vernice si asciughi. Oggi Tonin ha riso del mio blog. "Se non sono giornali, non valgono", ha detto con il suo italiano imperfetto ma senza accento. Tonin non usa Internet, non sa come funziona ma è un alleato prezioso nella gestione della casa, dalle porte ai fili dove passano tutti questi bit. Sua moglie, Lendina, non lavora e così lui fa più mestieri. Di giorno operaio in un'azienda della zona, di sera e nei fine settimana a servizio della proprietaria del nostro stabile. E' stato fortunato quando è arrivato in Italia. Sbarcato in Puglia ha preso un direttissimo per Milano e qui ha incontrato don Roberto Rondanini. Ha lavorato a lungo per lui: "Ci dava più di centomila lire al giorno per fare i lavori e mi ha trovato una casa". Poi Tony ha imbiancato una villetta, offrendo le sue mani albanesi a metà prezzo ed ha conosciuto nuovi clienti. "A me non importa - mi racconta- se mi pagano di meno rispetto ad un italiano. Noi siamo la manovalanza, lavoriamo bene e non ci lamentiamo". Mentre parla mi viene in mente uno dei libri di Giannantonio Stella che ho letto lo scorso inverno dal titolo "L'orda. Quando gli albanesi eravamo noi". Un libro che dice molto sulla capacità di adattamento di un popolo che ha traversato gli oceani con la forza della speranza e con il desiderio di una vita migliore. Che all'inizio è stata una vita da schiavi, senza soldi, i vestiti sudici e gli occhi stanchi. Ma Tonin non rappresenta l'emigrato italiano di tanti anni fa. I tempi cambiano e anche le democrazie. Tonin ha già ottenuto quello che voleva. Con rispetto. Lavorando. Anche se con lo sconto perenne.

lunedì 14 maggio 2007

Fanatici tra lacrime e canzoni

Generazione di adulatori. Ragazzi affamati di Dio. Il pane quotidiano si chiama Sacre Scritture. Il motto è “aprire il cuore a Gesù”. Sono gli adepti del ministero Sabaoth, un ramo della chiesa evangelica che forma “guerrieri per la battaglia della pace”, come recita il sito dell’organizzazione. Le armi sono la preghiera, le parole e le canzoni. Sul palco domenicale, allestito al teatro delle Erbe, ore 10.30, nel cuore di Milano, a Brera, una schiera di cantanti e musicisti, con bandana e magliette che sponsorizzano la Chiesa, cantano per circa un’ora, prima della predica del pastore. E tra i fedeli ci sono voci note come quella di Ornella Vanoni che nella rivista della Chiesa (“Vivo, the sabaoth magazine”) racconta: “Conosco Gesù da 6 anni e mi sono appena battezzata. Ho aspettato tanto prima di battezzarmi perché non volevo farlo con leggerezza. A luglio ho detto: ‘Sono pronta’ e da quel giorno la mia vita è cambiata perché sono cambiata io. Era questa la mia preghiera: ‘Signore cambiami, apri il mio cuore all’amore’. Il mio cuore adesso è spalancato e sono felice”. Felici sembrano esserlo tutti. Con la Bibbia in mano, piccola o grande in pelle: cento per cento religione. Canti e preghiere, amen alleluia e lacrime. Vengono giù con facilità, durante la celebrazione. All’ingresso del teatro c’è il servizio accoglienza e due banchetti: sulla sinistra si vendono gadget, magliette, cappellini, sulla destra ci sono i dvd. Sono le prediche filmate del pastore, Roselen Boerner Faccio: una trentottenne dai capelli rossi, grintosa, carisma notevole e un sorriso sornione. Con i suoi sermoni, infarciti di battute, ironia e incitamenti, Roselen conquista ogni domenica i cuori dei fedeli. Nata a Campinas, in Brasile, a 19 anni capita in Italia e “Dio le mette nel cuore di rimanere in questa nazione perché ha un’opera per lei”. Quando arriva a Milano Roselen non è sola: con lei c’è Diana Aliotti, una giovane donna che gestisce la libreria della Chiesa e che ha studiato in America. Insieme hanno deciso di fondare nel 1994 il Ministero Sabaoth che si fa conoscere e fa proseliti soprattutto attraverso internet: www.scegligesu.com è il portale con appuntamenti, presentazioni e merchandising. E’ una chiesa moderna e brandizzata: il logo rappresenta un uomo in ginocchio con una spada al fianco destro. E non a caso. “Javel Sabaoth”, le milizie del Dio degli eserciti. “Siamo un popolo di guerrieri – dicono - siamo stati chiamati a combattere contro i dominatori di questo mondo, al fine di conquistare persone e nazioni di Dio”. Nella città meneghina sono circa trecento, divisi in cellule e sottocellule: è l’organizzazione che si sono dati per le preghiere e gli incontri settimanali che si svolgono soprattutto nelle case. “Il pastore sceglie delle coppie – racconta Diana – che formano una cellula di preghiera. A loro volta queste coppie istruiscono altre persone che possono creare una nuova cellula”. Il termine dà l’idea della riproduzione, della moltiplicazione piramidale. Niente nostalgia del passato, né condanna del mondo che resta fuori le porte del teatro - sede momentanea che a fine giugno verrà rimpiazzata da una nuova, ancora da definire - anche se il desiderio di differenziarsi, di “marciare contro corrente”, diventa quasi legge nel momento in cui si decide di “donare tutta la vita a Gesù”. I battesimi ufficiali saranno a giugno, ma già alla fine del culto domenicale il pastore esorta chi è pronto a confessarsi e ad entrare ufficialmente nella chiesa. Due ragazze si avvicinano ai piedi del palco e aspettano che Roselen scenda gli scalini per la benedizione. Si abbracciano, hanno deciso e la loro scelta sarà “per sempre”. Come per le altre religioni protestanti, anche il ministero Sabaoth cerca nella Bibbia le risposte alle domande dell’uomo. Lo fa citando le lettere di Paolo, i Salmi, Samuele e il Vangelo di Giovanni. Dio. Dio c’è sempre, Dio vede in noi il faro che illumina gli altri. La missione e il punto di partenza sono identici: amare Dio e credere in Lui perché solo credendo in Lui troveremo le soluzioni ai nostri problemi. “Non abbiate paura di dimostrare il vostro amore per Gesù”: così il giovane pastore esorta i fedeli, durante la predica. E loro, di paura, non sembrano averne. Soprattutto i giovani, il punto forte di questa chiesa. Ragazzi che vanno a ballare indossando le t-shirt di “scelgo gesù”. “Ieri sera abbiamo monopolizzato la discoteca, abbiamo lanciato magliette, abbiamo preso il microfono del dj, insomma un macello”, racconta una di loro dal palco. Dal linguaggio si capisce: non sono tanto diversi dai coetanei cattolici o atei, anche se non fumano, non eccedono con l’alcool, non dicono parolacce, credono nella famiglia e sono contro l’aborto. Per quanto riguarda il matrimonio “ogni caso va valutato singolarmente – dice Diana – e, infatti, quando un matrimonio non funziona perché c’è un tradimento o c’è violenza noi non rifiutiamo la possibilità del divorzio e siamo vicini a chi decide di separarsi”. Ma niente stravizi per i fedeli. Tra loro ci sono soprattutto artisti, creativi, registi, architetti, cantanti, psichiatri, avvocati, gente economicamente niente male.
E dunque, in definitiva, ci sono tre possibilità. Possiamo continuare ad ignorare Dio come fanno molti, odiarlo come fa qualcuno, oppure riconoscere che il nostro cuore non riposerà mai fino al giorno in cui decideremo di accettare la sua amicizia. Scegli una vita piena di emozioni. Sono queste le conclusioni affidate ai volantini che pubblicizzano la chiesa. Si possono trovare nei bar, nelle tabaccherie, tra le schedine del lotto e i depliant dell’estetista “tre lampade al prezzo di due”. Poi ci sono anche gli adesivi da attaccare alle auto. Il guru della comunicazione Sabaoth, Sergio Mascheroni, è un creativo non da poco, visto che è colui che ha firmato la campagna pubblicitaria “no Martini, no party”. Ma il ministero Sabaoth non è solo questo. C’è “Sos preghiera”, un servizio telefonico che viene gestito da volontari “che hanno provato e sperimentato una profondissima esperienza con Gesù: non solo a livello teorico, ma anche ad un livello praticissimo e profondamente concreto”, assicura il sito dell’organizzazione. Concreti sono i problemi che il servizio mira a risolvere: ad alcuni viene trovato un lavoro, altri possono essere seguiti da una psicologa o possono semplicemente chiacchierare con chi è di turno quel giorno. Tutti, però, possono “ricevere le testimonianze di come Gesù può cambiare una vita”. Ci sono, poi, i viaggi missionari che servono per aiutare popolazioni in difficoltà nell’altra parte del mondo, come ad esempio in Cambogia. Infine, l’arte, la cultura e la formazione con il festival della musica cristiana, la scuola di teatro, quella di danza, i concerti di evangelizzazione, le produzioni cinematografiche e uno studio di registrazione “sabaoth records”, aperto a tutti, per dare l’opportunità a gruppi, cantanti, cantautori e musicisti di realizzare i propri brani cristiani e non, a livelli professionale ma a costi contenuti. E ancora tanta, tantissima preghiera con le serate di lode il lunedì e il giovedì, prima degli studi biblici. La location è insolita: un pub nel cuore della città con un nome che dice tutto: “Le pecore”. “Abbiamo aperto un locale – spiega Diana – perché ci siamo detti: se i giovani non vengono da noi, saremo noi ad andare da loro”. Ma il pub ha anche un altro scopo, molto più ovvio, che è legato all’autofinanziamento della Chiesa. Oltre al 5% sulla dichiarazione dei redditi, il ministero Sabaoth conta sulla beneficenza degli adepti e su tutta una serie di attività collaterali, dalla vendite delle magliette ai concerti, dai dvd ai pranzi sociali. Durante il culto, come per tutte le altre chiese, c’è il momento delle offerte al quale segue quello della “comunione”: un pezzetto di pane azzimo e un sorso di vino distribuito in bicchierini da un vero e proprio servizio d’ordine con tanto di magliette distintive.

La predica di Roselen dura molto, più di un’ora. “Questa volta è andata lunga – afferma a bassa voce Diana Aliotti – in genere è più corta”. Alle tredici il pastore decide che è abbastanza. Saluta sollecitando il ringraziamento a Dio e partono gli applausi e qualche fischio da stadio. Lo stomaco inizia a lamentarsi. “E’ Gesù che decide di farci sentire fame – sostiene con il sorriso sulle labbra una signora di mezza età, bionda ossigenata e rossetto rosso chiaro sbavato – ma prima di andare a mangiare al pub devo parlare con il pastore di un progetto che ho in mente. Ho deciso di presentare canti nuovi e anche delle poesie che verranno raccolte in un libro”. Lo racconta a Roselen che non sembra essere molto convinta. Per il resto è tutto un abbraccio. “Abbraccia chi è seduto vicino e a te e digli di essere felice”, raccomanda durante il culto il pastore, vestito con una camicetta nera, un pantalone marrone e un ciondolo d’acciaio. Parla al microfono per tutto il tempo. Non molla il palco un attimo. Due ore di mani e pugni in alto, salti di gioia, preghiere, lacrime, sudore, alleluia, amen, mormorii di approvazione, occhi chiusi, sguardi rivolti verso l’alto. Tifosi e guerrieri. E la conclusione è affidata ad un sorriso collettivo. Convinto. Perché “dal momento in cui sceglierai Lui, avrà inizio la più bella ed entusiasmante avventura della tua vita”. Se è quello che vuoi.

sabato 5 maggio 2007

Interviste con il Giallo

Quattro chiacchiere con Tecla Dozio, guru del giallo a Milano

Il giallo racconta la realtà in maniera più fedele degli altri generi?
Il romanzo giallo racconta per definizione una realtà e dunque deve essere ambientato su un territorio reale. Il giallo è romanzo sociale perché è incentrato sul disagio. Adesso c’è ancora di più un carico da novanta sulle spalle dei giallisti perché non esiste quasi più la figura del giornalista di indagine. È anche colpa del flusso di notizie a cui siamo soggetti che incentiva una trattazione superficiale dei temi.

I giallisti usano metodi di indagine giornalistica?
I giallisti seri si documentano. La ricerca vera e propria viene sviluppata soprattutto quando il giallista racconta una realtà che conosce poco. Un esempio è Carlotto in “Il Maestro di nodi”.Una documentazione approfondita sui fatti c’è anche quando il fatto è realmente accaduto. Oppure quando si va indietro negli anni.

Come mai la letteratura non gialla non riesce a raccontare le storie della realtà?
Io non so cosa succede da cinque anni a questa parte. Sicuramente se la gente ha cominciato a preferire i gialli, è anche perché si è stufata di leggere le solite 200 pagine che girano attorno all’ombelico dell’autore. La gente comincia ad essere annoiata dai romanzi che non raccontano vere storie.

Ma i gialli raccontano la realtà?
Spesso i giallisti raccontano argomenti di cui si parla poco e che esplodono, come casi, anni dopo. Alicia Gimeènez-Bartelett, ad esempio, in “Un giorno da cani”, ha ambientato la sua storia nel mondo delle scommesse di cani, perché per caso ha letto su un giornale una notizia breve e ha deciso di farne il centro del proprio romanzo. Due anni dopo è scoppiato il caso.
È successa la stessa cosa a Lucarelli: in “Falange armata” ha ipotizzato che nella banda della uno bianca ci fosse un poliziotto. Neanche la sua fantasia aveva immaginato una banda composta da quattro! Io la penso come Gianni Biondillo, giallista che è ancora più legato al territorio italiano, descrivendo la periferia milanese di Quarto Oggiaro: gli scrittori sono come delle paraboliche che assorbono tutte le notizie e che hanno strumenti diversi da quelli dei lettori per elaborarle e ridarle. E a volte lo scrittore non lo decide neppure coscientemente. Altre volte sì, come nel caso di Carlotto, che sceglie coscientemente di prendere in esame un argomento d’attualità. Può anche capitare che la scrittura costituisca il pretesto per approfondire un argomento d’attualità.

Che differenza c’è tra il lettore che conosce il contesto in cui è ambientato il romanzo e il lettore che non lo conosce?
La differenza esiste, eccome. E’ più facile che un milanese legga un libro ambientato a Milano rispetto a un non milanese; questo perché alla maggior parte delle persone piace leggere qualcosa in cui riconoscersi. Per la stessa ragione i bambini amano sentire sempre la stessa favola. Ma da qui a dire che la riconoscibilità di un contesto sposta in maniera rilevante le vendite….E poi siamo sicuri che la descrizione dei contesti in cui sono ambientate le storie siano realmente fedeli ai contesti reali?

Ma è innegabile che ci siano degli autori - Camilleri è un esempio - che raccontano con fedeltà la propria terra…
Camilleri? Racconta una terra non vivendoci da 50 anni!

Esiste una differenza tra il giallo moderno e quello antico?
Il giallo antico risponde alla domanda chi, quello moderno risponde alla domanda perché. È più importante sapere perché è avvenuto un delitto, piuttosto che sapere chi lo ha commesso. Poi il gioco d’astuzia del protagonista costituisce l’appeal del giallo. Ma molto spesso oggi si usano i meccanismi del giallo per raccontare altro. La vittima da oggetto è diventata soggetto. Quindi, oltre al perché, è importante anche sapere chi era veramente quello che è stato ucciso. Nel giallo antico e cose erano diverse: per Agata Christie il morto era solo il meccanismo per costruire un puzzle, il pretesto per raccontare la storia. Tornando a Lucarelli, le ragioni del successo della trasmissione “Blu Notte” sono proprio da rintracciare nella modernità con cui l’autore tratta le storie: la vittima è soggetto, non oggetto, e le storie vengono raccontate con un grande rispetto per i parenti delle vittime e una rigorosità nel racconto della storia.

martedì 1 maggio 2007

Borsa del turismo, in viaggio tra gli stand

Milano non è soltanto passerella. Nella settimana in cui impazzano le sfilate per la presentazione delle collezioni autunno/inverno 2008, il capoluogo lombardo diventa anche la capitale del turismo grazie alla manifestazione turistica per eccellenza: la Borsa Internazionale del turismo (Bit), edizione numero 27. Tante le novità al Bit 2007, come le manifestazioni “Travel &Motion”, dedicata a open air, caravan, campeggio e attrezzature, e “Boat village”, focalizzata sulla nautica da diporto.
“Con oltre 5.000 espositori Bit ha dimostrato di essere, anche quest’anno, il trampolino di lancio per lo sviluppo del sistema turistico italiano; sistema ricco di eccellenze che fanno dell’Italia una destinazione unica al mondo e veicolo di scambi anche culturali”, ha dichiarato Adalberto Corsi, presidente di Expocts. E i numeri confortano: per il turismo del Belpaese si parla di “grande inversione di tendenza”. Dopo 5 anni di flessione, cresce infatti il numero dei visitatori: più 10% nel 2006 rispetto al 2005, secondo le rilevazioni del Touring Club. L'indagine conclude che nel 2005 in Italia si sono registrati oltre 88 milioni di arrivi e 355 milioni di presenze, di cui piu' del 40% straniere. Per arrivi internazionali l'Italia si conferma quinta al mondo (36,5 mln), mentre e' quarta per entrate: 35,4 miliardi di dollari. La crescita italiana, tuttavia, è ben poca cosa rispetto a quella cinese, talmente forte (più 40% nel biennio 2003-2004 per Hong Kong) da scavalcare proprio il Belpaese per collocarsi al quarto posto. Questa, tuttavia, non è una novità. Già un’indagine nel 2004 del Wto, World Trade Organisation, aveva segnalato la forte crescita nel mercato del turismo dell’Estremo Oriente che occupa una quota di mercato superiore di due punti di percentuale rispetto all’Italia. Il dato economico configge con quello sulla visibilità mediatica che vede l’Italia in una posizione di primo piano. E’ quanto emerge dai dati raccolti da Klaus Davi & Co. per BitLab 2007 che hanno monitorato la visibilità del nostro paese come destinazione turistica sulla stampa internazionale. L’indice quantitativo, calcolato considerando il numero di citazioni che un’ampia selezione di testate internazionali ha dedicato alle dieci più importanti destinazioni, colloca l’Italia al primo posto con quasi il 20% delle citazioni complessive. E con un distacco di oltre dieci punti dalla Spagna, ferma soltanto al 9, ma seconda nella classifica internazionale dei paesi per numero di arrivi. Quindi, se si tratta di scrivere, i giornalisti stranieri continuano a preferire, sempre più, il Belpaese. Cresce, infatti, del 51%, il numero di articoli dedicati all’Italia, che passano da circa 7mila nel periodo gennaio 2005 - gennaio 2006 a quasi 11mila tra febbraio 2006 e gennaio 2007. (da Lab.iulm)

mercoledì 21 febbraio 2007

Contro la società della paura

Paura del "diverso", di colui o coloro che rappresentano l'altro noi, come i nomadi (nella foto, un campo nomadi). Diversi per cultura, usanze, stile di vita. La reazioni di fronte ad una convivenza forzata possono essere diverse. Si possono bruciare le tende, fare presidi per costringerli ad andare via. Per paura. E' successo ad Opera, comune alle porte di Milano, dove 77 rom sono letteralmente fuggiti ed ora sono a Parco Lambro, ospiti di Don Colmegna. Rinnegare il futuro che, invece, è già presente. E' questo il punto di partenza della riunione, organizzata martedì 20 febbraio alla Sala della Provincia di Via Corridoni, dal giornalista Gad Lerner e dal sociologo Aldo Bonomi, che ha visto la partecipazione di circa trecento persone (ma la sala era mezza vuota). Un incontro aperto al pubblico per discutere di un problema che riguarda tutti, non solo gli abitanti di Opera e la settantina di nomadi andati via. "Una cosa come Opera non è mai capitata - apre così l'incontro Lerner - si tratta della comunità dei molti che hanno paura dei pochi". I pochi sono appunto i nomadi che, al contrario di ciò che si pensa, "rappresentano il riferimento simbolico del nostri futuro, il futuro dei deterritorializzati", commenta il filosofo Umberto Galimberti. Ma se il nomadismo è il nostro futuro, non si può negare che il presente pone una serie di problematiche concrete che si chiamano luce, acqua, casa per il popolo dei rom. "La soluzione del campo di Triboniano ci fa capire che si può, si può convivere con un patto tra le parti", ha affermato l'assessore Mariolina Moioli riferendosi al patto di legalità firmato tra la popolazione rom e il Comune di Milano. "Ma la solidarietà non basta - sostiene una mediatrice culturale di origine rom - bisogna partire dalla convinzione che non esistono eletti e inferiori. Il patto di solidarietà riconosce i rom come diversi e quindi come destinatari di un trattamento differenziato". Già ma allora come fare, come arginare la violenza dei "professionisti della paura della diversità" e realizzare una vera integrazione? La domanda sembra un appello rivolto alla borghesia milanese, quella che vive la città "ma che spesso non la vive", come dice il sociologo Aldo Bonomi.

"Dobbiamo interrogare la gente che prende l'aereo e viaggia nel mondo - continua Bonomi - in modo che torni ad occuparsi di questa città". Si potrebbe partire dalle banche e dalle fondazioni che girano intorno ai grandi istituti di credito. "Noi - interviene Paola Pierri della Unicredit di Milano - non siamo solo la banca di Piazza Cordusio, non possiamo scegliere quale parte di Milano ci piace e quale no. Abbiamo lavorato con Don Colmegna, sappiamo che c'è un percorso da seguire, forse ancora da individuare, senza però distogliere lo sguardo dalla realtà". Un invito rivolto anche alle istituzioni culturali. Risponde Davide Rampello, presidente della Fondazione della Triennale: "Il nostro obiettivo è valorizzare i concetti di meticciato, migrazione e contaminazione, il vero alimento del XI secolo". Reinventare la culture e ripensare anche i meccanismi della finanza, dell'arte e delle fiere. A dirlo il presidente della Fondazione Fiera, Luigi Roth che commenta: "Il rilancio del territorio passa attraverso la condivisione nel rispetto dei ruoli e delle responsabilità. Ma non si può affidare tutto alla 'Casa di carità' di Don Colmegna". Ognuno deve fare la sua parte: cittadini, privato, fondazioni, banche, centri culturali, artisti. Con un obiettivo: ripensare la città. Contro tutte le emarginazioni. "In fondo - ricorda Bonomi - nella città transitano ogni giorno un milione e mezzo di city user e non ci sono problemi. I numeri non sono apocalittici in rapporto a quello che è successo a Opera. Parliamo di 7mila nomadi e 3mila homeless". Dietro le parole, nessuna bandiera, nessun colore politico. Era evidente che tra il pubblico e i relatori non batteva nessun cuore leghista, ma è altrettanto vero che la presenza di politici, giornalisti, abitanti di Opera, religiosi, volontari, imprenditori e rappresentanti di fondazione bancarie all'incontro, organizzato da un giornalista e da un sociologo, ha un significato preciso: esiste una borghesia che di fronte ai fatti di Opera, che comincia a interrogarsi e che promette impegno. E che per un momento "interrompe le pur appassionanti discussioni sul partito democratico",sentendo il bisogno di interrogarsi su cosa stia succedendo ai suoi simili e se non stia usando la sua diversità come valvola di sfogo delle nuove fobie.

sabato 9 dicembre 2006

Storia di un successo a metà

Manifestanti e gente normale in piazza. La prima della Scala tra vip e polemiche
E in Galleria gli applausi sono tutti per Zeffirelli


Carlo ha 53 anni e due figli ventenni, lavoratori precari. Dal 1976 ogni mattina, alle 7, varca la soglia dello stabilimento dell’Alfa Romeo ad Arese. Fa il tecnico progettista, “un bel lavoro”. Negli anni ‘80 ha comprato qualche azione della Fiat. “Anche noi andiamo alle riunioni – racconta senza nascondere l’ironia – non contiamo molto, ma facciamo sentire la nostra voce”. Non è stato zitto, il signor Carlo, neanche ieri sera, davanti alla Scala. Era con i colleghi e i sindacalisti della Flm Uniti Cub, dietro le transenne, lontano dalla zona riservata al passaggio dei vip, dei politici, dei fortunati con il posto prenotato per la prima del teatro milanese. La pioggia ed il freddo non hanno fermato né i curiosi, né i manifestanti. C’è la coppia di anziani in attesa dalle due del pomeriggio. “Non siamo qui per i politici e le attrici - dicono con orgoglio – ma soltanto perché la prima della Scala è un evento importante per la nostra città”. “Sono venuta per l’Aida di Verdi – chiosa una donna alla loro destra – perché Verdi è nato nel mio stesso paese”. Ma quando passa Valeria Marini, è tutto un coro. E’ avvolta in un vestito nero con una profonda scollatura. La sua schiena non sembra temere l’umidità di Milano. Ha anche un fiore tra i capelli. La Iena Enrico Lucci si fionda sulla bionda, prima che scompaia tra le guardie del corpo. Ed è così per tutti gli altri: Fanny Ardant, il presidente dell’Inter Moratti, gli assessori comunali e soprattutto per la cancelliera tedesca Angela Merkel che in teatro siederà tra Prodi e il sindaco Letizia Moratti. Il nero resta il colore della serata, nonostante il bianco di lunghi vestiti e i foulards dorati che vogliono riprendere il colore scelto da Zeffirelli per questa sua Aida, dopo tanti anni di assenza. Scuri i vestiti, scuro anche il cielo della città contro le luci delle telecamere che rincorrono le star nei taxi e quelle del teatro nel giorno della sua festa. Uomini in frac e donne con capelli vaporosi da una parte, gli operai con le sciarpe di lana dall’altra, a qualche decina di metri. In mezzo i curiosi. C’è chi sostiene la protesta dei manifestanti: “Fanno bene a criticare la Finanziaria - dice uno fra i tanti – perché alla fine penalizza sempre le stesse persone”. “Prodi non deve dimenticare che è stato votato dal popolo”, grida un pensionato mentre la signora Flavia scende velocemente dall’auto blu e rischia di far scivolare la borsetta sulle rotaie del tram. “Si sono dimenticati di noi, vogliono trasformare Arese in un grosso centro commerciale con quartieri residenziali”, protesta un operaio quando entra Formigoni. Suona la musica popolare, mentre in teatro la bacchetta di Chailly disegna le sue curve nell’aria. Le prime note dell’Aida fanno allontanare i giornalisti dall’ingresso della Scala: la sfilata dei vip è finita, per loro è il momento di godersi lo spettacolo sulle poltrone di velluto rosso. Anche la gente va via, silenziosamente, con tranquillità. Chi è davvero in piazza per l’opera di Verdi si trasferisce in Galleria, dove il Comune ha fatto installare un maxi schermo. Durante la pausa, le telecamere in teatro spostano l’obiettivo sui presenti. E’ il momento dei commenti. “Un punto in più alla Moratti, anche se non l’ho votata”, afferma soddisfatto un quarantenne che abita in periferia. “Questi eventi aprono il cuore”, dice la moglie, quasi commossa. C’è chi resiste tre ore e mezzo in piedi. Dalle polemiche agli applausi. Sono tanti, tantissimi, fuori e dentro il teatro, soprattutto per il Maestro e il Direttore. “Bravi, bravi!”, urla qualcuno davanti al maxischermo. E’ la voce popolare, uno spicchio di anima della metropoli settentrionale.